Lettera

Presto tornerò a scrivere, senza una tastiera.

Ho nostalgia di scrivere impugnando una penna, lasciando scorrere la sua mina sulla carta, ascoltando il crepitìo della carta calcata dalla sua punta, dalla sfera che rilascia inchiostro che scorre veloce e si fa parola di chi sente ciò che sta scrivendo.

Ho voglia di esprimere ciò che sento con la mia calligrafia, lo sbocco primordiale di una scrittura, la sua personificazione, uno dei caratteri distintivi tra le persone. Ognuno ha la propria calligrafia, unica e irripetibile, proprio come si è. Si studia anche il carattere della persona attraverso l’esame della sua calligrafia, che tra l’altro, ispira, dà emozioni diverse in chi legge, in chi penetra nel senso.

Voglia di evasione, sì. Anche questa. Esprimere pensieri utilizzando la propria calligrafia, fuggendo talvolta dallo stereotipo e dallo stress di una scrittura veloce, quella che ci ha fatti suoi, sulle tastiere anonime e universali di un pc, di uno smartphone, di un tablet. A ben pensarci, mezzi convenzionali anche se sempre più evoluti che hanno come appiattito le intelligenze che si performano in ogni scritto. Per essere intellegibili, universalmente comprensibili, questi mezzi moderni di scrittura hanno paradossalmente bypassato la prima espressione della comunicazione scritta, spersonalizzando quella insita appunto nella rivelazione di sé nella propria calligrafia, andando dritti al senso pratico di svelare il senso e il significato di ciò che si scrive, relegandolo nel solo utilitaristico risultato finale, il fine della lettura più che la scrittura.

Ho voglia di questo anticonformistico stile. Ho voglia di tornare a comunicare in una lettera, su carta.

Ho voglia di scrivere, di scrivere d’amore, così.

Ben

 

(foto dal web)

 

Sapori

È difficile dimenticare certi sapori,

Quelli di cibi degustati in momenti particolari, quando si era in compagnia di persone speciali, familiari o amici, ove la loro condivisione aveva segnato un ricordo importante.

Come non ricordare quelli che hanno allietato la nostra infanzia e gioventù, legati a momenti rituali della storia della nostra famiglia?

E poi, sapori via via molto più indelebili nella memoria gustativa e olfattiva di ciascuno, quelli che talvolta sono portati dal vento dei ricordi, magari annusati casualmente per strada, tra la folla, quelli che fanno ricordare la persona più che il cibo.

Ecco, mi piace pensare ai sapori cui rimango legato: le fragranze inconfondibili di chi ho amato, quelli sprigionati dalla sua personalità, quelli custoditi in un abbraccio, in un appassionato bacio.

Sapori che rimangono sotto la pelle.

Ben

(foto dal web)

Capita mai anche a te?

Capita mai anche a te di dover arrivare a capire tardi quella risposta giusta e azzeccata che avresti dovuto dare a suo tempo e che ora, evidentemente, non puoi dare più? Vuoi perché la persona alla quale rispondere, ormai, non la potrai più incontrare, vuoi perché è “scaduto” il tempo di risposta, vuoi perché… ?

Ebbene, è una cosa spiazzante, lo riconosco. Vorresti scoppiare e gridare tutta la tua rabbia, a volte, se solo avessi avuto al momento quegli argomenti adatti, adeguati, che avrebbero di certo maggiormente qualificato la tua interlocuzione, la tua posizione, il tuo orgoglio, la tua dignità nel discorso, e che purtroppo ti sono sovvenuti nella mente in ritardo. Sicuramente, capita che il successo, la propria personalità, dipendano dal modo corretto di dialogare e farsi conoscere, capire. E quindi, non aver dato una risposta, quella risposta che era doveroso dare, e che invece hai realizzato in ritardo, inficia e non poco l’immagine sostanziale della propria persona verso l’altro.

Ti rimane il rammarico, un rimpianto, perché magari da quella giusta risposta che non hai dato puntualmente sarebbe dipeso tutt’altro nella dinamica di un legame di amore, di amicizia.

Avresti potuto “salvare” il salvabile, chiarire meglio, chiarirti in modo più esaustivo con l’altra persona, uscirtene con più soddisfazione da un rapporto, con meno ossa rotte. O magari con maggiori possibilità di raddrizzare un discorso, poterlo portare sui binari giusti. Ci rimani male quando l’altro era chi ti stava (più) a cuore. E non ti dai per vinto, ora vorresti tornare indietro, ma non puoi fare più nulla, devi forzatamente rassegnarti all’occasione persa.

Mi potrai dire: vabbé, hai maturato un’altra esperienza, tira a campare.

Sticazzi.

Ben

 

non-capirsi-malcomprensione

(foto dal web)

Game over

Nascono per caso, trainati da occasioni e incontri predestinati, sorgono da fatalità, alchimie. Talvolta, possono scoccare fuori regola, oltre la soglia della fedeltà coniugale o comunque di coppia.

Si alimentano ove ci sono affinità significative, chimica, corrispondenza di visioni, gusti più o meno condivisi, nuovi coinvolgimenti, anche dissonanze ma comunque compatibili.

Si arricchiscono con la fantasia, la creatività, l’entusiasmo continuo, la passione sempre nuova, la reciproca, costante, continua, crescente dedizione.

Sono valevoli se ne vale il piacere oltre che la pena.

Quelli veri si provano nel crogiolo, col fuoco dei sacrifici, delle rinunce, delle attese, talvolta insopportabili. Sono veri se prescindono da logiche di calcolo, se vanno oltre ogni valutazione e alibi di convenienza. Oltre il tempo e lo spazio.

Quando manca la loro verità, il proprio destino è un inesorabile “game over”.

Cari sentimenti, sipario.

Ben

 

Metafore e conclusioni

Ci sono camini che conservano a lungo carboni accesi sotto la cenere. Rari.

Se a una cosa davvero tieni e veramente ti interessa, sarai disposto anche a fare una lunga fila pur di riuscire a conquistarla, nonostante il tempo che devi aspettare. Non solo al supermercato.

Si soffre molto più per le cure sbagliate, che per la causa in sé di un dolore. E’ il prezzo delle false risposte, o soluzioni, che ci si dà.

Ben

 

La forza di ricominciare

“Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare da dove sei e cambiare il finale.”

Ho letto questa citazione non ricordo dove. Di sicuro, è frutto di una saggezza, di una mentalità resiliente, di una mente che non si dà per vinta rispetto ai fallimenti che talvolta possono investire la persona.

I conti con la propria vita, con i propri errori, ciascuno si trova a farli da solo, ahimé. Non sempre riesci a trovare o a ritrovare altri che possono tirarti su, issarti con forza, aiutandoti a risalire, a recuperare. Può essere colpa solo di sé stessi, quando non si è rimasti lucidi anche nell’ascoltare consigli utili, e proprio quando sarebbe stato il momento giusto e opportuno per ascoltarli ma… non lo si è fatto.

Capita che si perda tutto, che ci si possa ritrovare senza più nulla tra le mani. Capita questo quando non si è stati bravi a saper scegliere, a saper fare la scelta giusta, al momento giusto, al posto giusto.

E’ capitato anche a me. Capita anche a me di dover vivere questo tipo di esperienze. E’ nella natura umana, del resto.

Ma per me, la vita non si ferma mai.  Non si può fermare davanti agli errori. No. Sarebbe una dannazione costante. Anche se molti errori costano e fanno vivere angosce, angustie, stati d’animo bui.

Sono un ottimista per natura, però. Mi so dare spinte. Quelle che trovano forza appunto dopo gli errori. In tutti i frangenti della mia personale esistenza.

Per certe ripartenze, però, c’è solo bisogno che questa forza sia supportata da chi davvero ti vuole ancora bene. Per iniziare da dove sei.

E cambiare.

Ben

 

Vuoi salire da me a vedere la mia collezione di…

Era stata questa la battuta con cui Marisa aveva salutato Fabrizio, sorridendo mentre lui aveva capito, divertito, il tenore di quel saluto. Ma fino a un certo punto. La serata era stata trascorsa a condividere, per la prima volta per loro, quella simpatica cena. La prima occasione vera che si erano riservati per vivere più da vicino questa nuova amicizia.

Era quella la loro occasione, dovevano toccarla, palparla, osservarsi, scrutarsi, rendere quello spazio a propria misura.

Avevano avuto la reciproca sensazione che, al di là del simpatico e pretestuoso invito, sarebbe stata quella la loro decisiva occasione, proprio in quel momento.

Si sentirono spontaneamente a proprio agio, da subito, pareva loro come di conoscersi da una vita, ancorché erano solo poche settimane quelle distanti dalla prima conoscenza.

Salirono le scale, in fretta, avidi entrambi di scoprire insieme quella collezione.

La curiosità di Fabrizio, la sua ammiccante voglia di andare a scoprirla, non poteva che condurlo ad aspettarsi una grossa sorpresa da quell’incontro.

Finalmente, soli, da soli, scoprirono il luogo condiviso, il raggiungersi, l’approdare a vivere, a viversi, a scoprire che c’era da arricchire un contesto: l’empatia che li aveva chiamati ad attrarsi. Non c’era altra collezione se non la raggiunta consapevolezza di essere divenuti i protagonisti, gli interpreti di una nuova vita, quella da condividere amandosi.

La collezione indicata da Marisa era solo il pretesto, non voluto né inventato, per coinvolgere lui, per coinvolgersi insieme a lui verso una pienezza, di cui entrambi, in fondo, erano già da tempo più che consapevoli.

… e la visione di quella collezione, è ancora oggi la costante dello scoperto amore. Quello che li lega e ne costituisce, ogni giorno di più, il senso del loro vivere insieme.

Ben

Sapere di te.

 

Iniziare a conoscere un’intimità, e poi riuscire a farne parte, è una delle più interessanti emozioni che possano coinvolgere l’animo umano.

Si può partire da un incontro, reale o virtuale. O dalla lettura di uno scritto, ove può trovare spazio una visione particolare di chi ti ha trasmesso sensazioni, emozioni, messaggi, anche indiretti.

E, pian piano arrivare, entrare, come quando si sta per chiedere il permesso di accedere in una casa nuova, di cui ti è chiaro solo l’aspetto esteriore, la sua estetica, il suo look.

Poi, però, se ti accingi ad entrare quando c’è chi ti dice:  “prego, accomodati”, allora inizi a percepire nuove viste, scorci, odori, dettagli che ti permettono di scoprire quell’intimità. Ti accorgi che non è per tutti, in quel momento. Sei tu il privilegiato. E devi usare molto tatto, delicatezza, rispetto per entrare in quella casa. Facendo attenzione a camminare con garbo, senza calpestare nulla, nulla che possa farti scoprire come un inopportuno e fastidioso visitatore.

Entrare in una persona, quando ti è permesso, comporta tutto ciò. Spesso, ti senti come un visitatore entusiasta di scoprire qualcosa di mai visto, di ancora sconosciuto. Che sai, per certo, che comunque ti arricchirà. E che desideri sia così. Altrimenti, nulla di tutto ciò può avere un senso per il tuo viaggio di conoscenza.

Il piacere dell’incontro, se è reciproco, fa sponda al progressivo approfondimento degli aspetti caratteriali, dei luoghi dove le persone hanno via via costruito la propria storia. Questa storia che ora entra e si fa entrare dentro di sé.

Filo conduttore, il desiderio recòndito di sapere dell’altro e di lasciare che l’altra intimità possa sapere di te. E’ una gran bella cinematografia tutto ciò. Come assemblare la sceneggiatura di un bel film. I protagonisti, noi. Scorrere attraverso le scene, dal primo sguardo, dalla prima stretta di mano, alla scelta di lasciarsi conoscere. Questione di sintonia, che ti auguri divenga empatìa, la chiave giusta per entrare e rimanere nell’altra intimità. Del resto, lo s’intuisce dai primi momenti se sarà così. Ma se lo sarà, avrai in mano il pincode per sapere di lei.

Quando finalmente si è riusciti ad entrare, allora ci si è accomodati nel salotto, a condividere un drink di amicizia, di convivialità, il salotto del cuore. Ma più ancora della testa, ove rimarrà impresso in maniera indelebile quel primo incontro, quel benvenuto. Insieme, si avrà voglia di conoscersi sempre di più, di far parte, di farsi parte. Di amarsi.

E di sapere. Di sapere di te.

Ben 

 

immagine dal web

Sorprendersi/2

Già, sorprendersi. Vi dicevo che bisogna anche raccontarlo. Ascoltate questa storia…

Non si erano più sentiti, né visti, da circa ventisette anni, dall’ultimo giorno dell’esame di maturità commerciale, al termine del quale, stanchi e sfibrati, ci si era salutati con un fugace “buone vacanze, ragà, finalmente…!”.

Era un torrido giorno di luglio, anno 1983. La vita di Giorgio e Chiara si era rannicchiata, poi, in rispettive diverse direzioni universitarie e personali.

Lei, tra Roma-Sapienza, il suo paesello e il suo amore. Matrimonio con prole, dopo pochi anni; separazione con divorzio finale, dopo pochi altri anni.

Lui, tra Napoli-Federico II e il suo nuovo paese, lontano. Poi, a seguire, libera professione, matrimonio, figli.

La prima sorpresa che si erano visti piombata addosso, era stata il non (volere) incontrarsi più. A causa dei diversi destini? Dell’aver trovato dimore diverse? Sapete, tra i due c’era stata, qualche anno prima, una cotta adolescenziale non corrisposta. Lui se n’era invaghito, di lei, appena uscita da una crisi sentimentale ma ancora innamorata però dell’altro (quello che poi avrebbe sposato). Troppo ingenuamente rassegnato di fronte alla delusione del “niet”, s’era ritirato in buon ordine, come un orso ferito e spaventato. Probabilmente, però, poteva essere solo questione di perseveranza da parte sua, cucciolo timidone, ancora tenero nella sua introversione, rivestita di un’audacia ancora acerba. Lei, si sa, donna sentimentalmente più matura, sebbene coetanea, se lo sarebbe aspettato, lei, un rilancio più vero e convinto dall’amico, cazzone rassegnatosi un po’ troppo sbrigativamente. Erano poi rimasti solo compagni di classe, anche se un (apparente) freddo reciproco li aveva assaliti.

Erano passati gli anni, successioni di primavere e autunni, estati e inverni, i loro. Parlo delle emozioni dei ricordi che, di tanto in tanto, tornavano a pulsare nelle loro teste, nei loro cuori, nelle loro pance. Ormai, ricordi di gioventù, era andata così. Purtroppo.

Ma i cassetti dei sogni di lui (e, vi dico, anche di lei), rimasti chiusi per così tanti anni, erano destinati a riaprirsi dopo essere loro entrati, così, per curiosità, nel malandrino universo Facebook. Che fece sbucare la chiave per riaprirli, per andare ognuno a rovistare tra le carte e le foto, un po’ polverose, di quei benedetti anni della loro andata (?) gioventù.

Una rimpatriata, poi, una cena tra tutti gli amici di quel V^ Ragioneria 1982-83. Tra loro due, l’emozione di un ritrovato sguardo, di un messaggio rapido di occhi lucidi, il desiderio pronto di un abbraccio, questa volta pieno di sorprendente passione. Con in sé la volontà silente, di rimanere, di starsi dentro davvero, stavolta. Di non scapparsi. E di non salutarsi più con uno svogliato “Ciao, alla prossima..”.

La sorpresa, sì, giunta felpata ma violenta, nelle loro vite. Di nuovo. La voglia di rivedersi, poi, da soli.

Di sorprendersi, ancora. Quasi, a volerlo fare per recuperare quei maledetti ventisette anni di assenza apparente. E scoprirsi sorprendere sé stessi, ora. Con una mente diversa.

Di lì a pochi altri giorni, di nuovo autostrada e centoventi chilometri percorsi in un’ora e dieci minuti. Pazzo lui, ma anche lei ad aspettarselo così. Per ritrovarsi davanti a un aperitivo, a raccontarsi ancora, a sorprendersi, diversi. Non già da cinquantenni o quasi, ma da riscoperti adolescenti, pronti a dirsi le loro vite, con gli occhi pieni di sentimento.

A seguire, poi, serie di telefonate, mail, sms, altri incontri rubati alle loro rispettive vite. Un’amicizia (solo un’amicizia) ritrovata ma decisa. E destinata a rimanere, stavolta. E a farli sorprendere ancora, fino ad oggi. E ancora…

“Averti ritrovato è stata una delle cose più belle che mi siano capitate negli ultimi anni.”

Il senno di poi del sorprendersi. Anche dopo ventisette anni.

Beniamino D’Auria 

alias @_Belcor_

Sorprendersi.

Su Twitter ho letto e apprezzato un tweet, tratto da uno dei libri di Massimo Bisotti,  che diceva più o meno così: sorprendersi, il terzo verbo più importante dopo essere e amare.
Ebbene sì. Lo noto anch’io. Quando viene a mancare questa capacità di essere vivi, questo stile, questa ribellione alla monotonia, allora sì che un legame è destinato ad una lenta eutanasia, è intervenuta una sonnolenza, un’apatia che ti dice che quest’amicizia, questo legame, questa relazione, non passerà breve tempo che saranno destinati a perdersi. Ciò accade tra amici ma ancor più tra chi è innamorato, tra marito e moglie. Oggi tra tutte le patologie sociali, tra quelle che minano ogni tipo di relazione tra persone, si è imposta alla grande questa nuova malattia, l’incapacità di sorprendersi ancora. Sarà la crisi generale, sarà il fatto che oggi si è costretti a correre sempre, ad aggredire la giornata non appena sorge il sole, ad usare cinismo, “cazzimma”, come si dice dalle mie parti. Quel che resta è la non voglia di mettersi, così, a sgranocchiare, ad esempio, un sms, un messaggino mattutino per svegliare un amico, la tua metà, non si trova “il genio” per telefonare chi sonnecchia, che pare essersi dimenticato di te, che fa della lontananza il pretesto per fare zzzzz… La lontananza, sì, spesso il limite apparente e il sinonimo dello starsene fermi lì dove si è, in attesa, forse. Eppure, sorprendersi è sinonimo di creatività. Basta usarla sempre, anche quando si crede di essere ridicoli. Un fiore, un messaggio, uno squillo, un cioccolatino, un post-it, una telefonata brevissima per dirsi solo “ti voglio bene”. Che ci vuole?

Pensavo, poi, alla mia di capacità di sorprendermi. E, probabilmente, è anche questo il limite che ho poi nel sorprendere chi mi è vicino. Ecco. Non devo mai stancarmi di sorprendere me stesso. Prima di tutto. Con gesti sempre nuovi, con attenzioni che devo riservarmi, con cure adeguate a farmi sentire vivo nel mio essere.
E’ vero, essere deve significare questo, diamine. Fare della capacità di sorprendere sé stessi (e, quindi, solo poi di sorprendere gli altri!) l’atteggiamento giusto per dare un sapore sempre nuovo alla tua vita, alla routine quotidiana. Nonostante vedi che devi farlo sempre tu per primo. Mi rompo tutte quelle volte che ho sentito e sento di farlo io e solo io. Vorrei tanto, a volte, maggiore reciprocità ma poi realizzo che sorprendere implica poi saper attendere bene, con tenacia, di farsi sorprendere a tua volta, dagli altri. Aspetta e vedrai. Dai tempo a chi vuoi possa al pari tuo, sorprenderti. In fondo, è questa la gara della vita.

Proprio la gara tra chi decide, quindi, di amare sé stesso. E di amare.

(Tutto qui? Mi chiederete… Assolutamente no. Sorprendersi va anche raccontato…)

(to be continued)

Beniamino D’Auria

alias @_Belcor_