Sapere di te.

 

Iniziare a conoscere un’intimità, e poi riuscire a farne parte, è una delle più interessanti emozioni che possano coinvolgere l’animo umano.

Si può partire da un incontro, reale o virtuale. O dalla lettura di uno scritto, ove può trovare spazio una visione particolare di chi ti ha trasmesso sensazioni, emozioni, messaggi, anche indiretti.

E, pian piano arrivare, entrare, come quando si sta per chiedere il permesso di accedere in una casa nuova, di cui ti è chiaro solo l’aspetto esteriore, la sua estetica, il suo look.

Poi, però, se ti accingi ad entrare quando c’è chi ti dice:  “prego, accomodati”, allora inizi a percepire nuove viste, scorci, odori, dettagli che ti permettono di scoprire quell’intimità. Ti accorgi che non è per tutti, in quel momento. Sei tu il privilegiato. E devi usare molto tatto, delicatezza, rispetto per entrare in quella casa. Facendo attenzione a camminare con garbo, senza calpestare nulla, nulla che possa farti scoprire come un inopportuno e fastidioso visitatore.

Entrare in una persona, quando ti è permesso, comporta tutto ciò. Spesso, ti senti come un visitatore entusiasta di scoprire qualcosa di mai visto, di ancora sconosciuto. Che sai, per certo, che comunque ti arricchirà. E che desideri sia così. Altrimenti, nulla di tutto ciò può avere un senso per il tuo viaggio di conoscenza.

Il piacere dell’incontro, se è reciproco, fa sponda al progressivo approfondimento degli aspetti caratteriali, dei luoghi dove le persone hanno via via costruito la propria storia. Questa storia che ora entra e si fa entrare dentro di sé.

Filo conduttore, il desiderio recòndito di sapere dell’altro e di lasciare che l’altra intimità possa sapere di te. E’ una gran bella cinematografia tutto ciò. Come assemblare la sceneggiatura di un bel film. I protagonisti, noi. Scorrere attraverso le scene, dal primo sguardo, dalla prima stretta di mano, alla scelta di lasciarsi conoscere. Questione di sintonia, che ti auguri divenga empatìa, la chiave giusta per entrare e rimanere nell’altra intimità. Del resto, lo s’intuisce dai primi momenti se sarà così. Ma se lo sarà, avrai in mano il pincode per sapere di lei.

Quando finalmente si è riusciti ad entrare, allora ci si è accomodati nel salotto, a condividere un drink di amicizia, di convivialità, il salotto del cuore. Ma più ancora della testa, ove rimarrà impresso in maniera indelebile quel primo incontro, quel benvenuto. Insieme, si avrà voglia di conoscersi sempre di più, di far parte, di farsi parte. Di amarsi.

E di sapere. Di sapere di te.

Ben 

 

immagine dal web

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Sorprendersi/2

Già, sorprendersi. Vi dicevo che bisogna anche raccontarlo. Ascoltate questa storia…

Non si erano più sentiti, né visti, da circa ventisette anni, dall’ultimo giorno dell’esame di maturità commerciale, al termine del quale, stanchi e sfibrati, ci si era salutati con un fugace “buone vacanze, ragà, finalmente…!”.

Era un torrido giorno di luglio, anno 1983. La vita di Giorgio e Chiara si era rannicchiata, poi, in rispettive diverse direzioni universitarie e personali.

Lei, tra Roma-Sapienza, il suo paesello e il suo amore. Matrimonio con prole, dopo pochi anni; separazione con divorzio finale, dopo pochi altri anni.

Lui, tra Napoli-Federico II e il suo nuovo paese, lontano. Poi, a seguire, libera professione, matrimonio, figli.

La prima sorpresa che si erano visti piombata addosso, era stata il non (volere) incontrarsi più. A causa dei diversi destini? Dell’aver trovato dimore diverse? Sapete, tra i due c’era stata, qualche anno prima, una cotta adolescenziale non corrisposta. Lui se n’era invaghito, di lei, appena uscita da una crisi sentimentale ma ancora innamorata però dell’altro (quello che poi avrebbe sposato). Troppo ingenuamente rassegnato di fronte alla delusione del “niet”, s’era ritirato in buon ordine, come un orso ferito e spaventato. Probabilmente, però, poteva essere solo questione di perseveranza da parte sua, cucciolo timidone, ancora tenero nella sua introversione, rivestita di un’audacia ancora acerba. Lei, si sa, donna sentimentalmente più matura, sebbene coetanea, se lo sarebbe aspettato, lei, un rilancio più vero e convinto dall’amico, cazzone rassegnatosi un po’ troppo sbrigativamente. Erano poi rimasti solo compagni di classe, anche se un (apparente) freddo reciproco li aveva assaliti.

Erano passati gli anni, successioni di primavere e autunni, estati e inverni, i loro. Parlo delle emozioni dei ricordi che, di tanto in tanto, tornavano a pulsare nelle loro teste, nei loro cuori, nelle loro pance. Ormai, ricordi di gioventù, era andata così. Purtroppo.

Ma i cassetti dei sogni di lui (e, vi dico, anche di lei), rimasti chiusi per così tanti anni, erano destinati a riaprirsi dopo essere loro entrati, così, per curiosità, nel malandrino universo Facebook. Che fece sbucare la chiave per riaprirli, per andare ognuno a rovistare tra le carte e le foto, un po’ polverose, di quei benedetti anni della loro andata (?) gioventù.

Una rimpatriata, poi, una cena tra tutti gli amici di quel V^ Ragioneria 1982-83. Tra loro due, l’emozione di un ritrovato sguardo, di un messaggio rapido di occhi lucidi, il desiderio pronto di un abbraccio, questa volta pieno di sorprendente passione. Con in sé la volontà silente, di rimanere, di starsi dentro davvero, stavolta. Di non scapparsi. E di non salutarsi più con uno svogliato “Ciao, alla prossima..”.

La sorpresa, sì, giunta felpata ma violenta, nelle loro vite. Di nuovo. La voglia di rivedersi, poi, da soli.

Di sorprendersi, ancora. Quasi, a volerlo fare per recuperare quei maledetti ventisette anni di assenza apparente. E scoprirsi sorprendere sé stessi, ora. Con una mente diversa.

Di lì a pochi altri giorni, di nuovo autostrada e centoventi chilometri percorsi in un’ora e dieci minuti. Pazzo lui, ma anche lei ad aspettarselo così. Per ritrovarsi davanti a un aperitivo, a raccontarsi ancora, a sorprendersi, diversi. Non già da cinquantenni o quasi, ma da riscoperti adolescenti, pronti a dirsi le loro vite, con gli occhi pieni di sentimento.

A seguire, poi, serie di telefonate, mail, sms, altri incontri rubati alle loro rispettive vite. Un’amicizia (solo un’amicizia) ritrovata ma decisa. E destinata a rimanere, stavolta. E a farli sorprendere ancora, fino ad oggi. E ancora…

“Averti ritrovato è stata una delle cose più belle che mi siano capitate negli ultimi anni.”

Il senno di poi del sorprendersi. Anche dopo ventisette anni.

Beniamino D’Auria 

alias @_Belcor_

Sorprendersi.

Su Twitter ho letto e apprezzato un tweet, tratto da uno dei libri di Massimo Bisotti,  che diceva più o meno così: sorprendersi, il terzo verbo più importante dopo essere e amare.
Ebbene sì. Lo noto anch’io. Quando viene a mancare questa capacità di essere vivi, questo stile, questa ribellione alla monotonia, allora sì che un legame è destinato ad una lenta eutanasia, è intervenuta una sonnolenza, un’apatia che ti dice che quest’amicizia, questo legame, questa relazione, non passerà breve tempo che saranno destinati a perdersi. Ciò accade tra amici ma ancor più tra chi è innamorato, tra marito e moglie. Oggi tra tutte le patologie sociali, tra quelle che minano ogni tipo di relazione tra persone, si è imposta alla grande questa nuova malattia, l’incapacità di sorprendersi ancora. Sarà la crisi generale, sarà il fatto che oggi si è costretti a correre sempre, ad aggredire la giornata non appena sorge il sole, ad usare cinismo, “cazzimma”, come si dice dalle mie parti. Quel che resta è la non voglia di mettersi, così, a sgranocchiare, ad esempio, un sms, un messaggino mattutino per svegliare un amico, la tua metà, non si trova “il genio” per telefonare chi sonnecchia, che pare essersi dimenticato di te, che fa della lontananza il pretesto per fare zzzzz… La lontananza, sì, spesso il limite apparente e il sinonimo dello starsene fermi lì dove si è, in attesa, forse. Eppure, sorprendersi è sinonimo di creatività. Basta usarla sempre, anche quando si crede di essere ridicoli. Un fiore, un messaggio, uno squillo, un cioccolatino, un post-it, una telefonata brevissima per dirsi solo “ti voglio bene”. Che ci vuole?

Pensavo, poi, alla mia di capacità di sorprendermi. E, probabilmente, è anche questo il limite che ho poi nel sorprendere chi mi è vicino. Ecco. Non devo mai stancarmi di sorprendere me stesso. Prima di tutto. Con gesti sempre nuovi, con attenzioni che devo riservarmi, con cure adeguate a farmi sentire vivo nel mio essere.
E’ vero, essere deve significare questo, diamine. Fare della capacità di sorprendere sé stessi (e, quindi, solo poi di sorprendere gli altri!) l’atteggiamento giusto per dare un sapore sempre nuovo alla tua vita, alla routine quotidiana. Nonostante vedi che devi farlo sempre tu per primo. Mi rompo tutte quelle volte che ho sentito e sento di farlo io e solo io. Vorrei tanto, a volte, maggiore reciprocità ma poi realizzo che sorprendere implica poi saper attendere bene, con tenacia, di farsi sorprendere a tua volta, dagli altri. Aspetta e vedrai. Dai tempo a chi vuoi possa al pari tuo, sorprenderti. In fondo, è questa la gara della vita.

Proprio la gara tra chi decide, quindi, di amare sé stesso. E di amare.

(Tutto qui? Mi chiederete… Assolutamente no. Sorprendersi va anche raccontato…)

(to be continued)

Beniamino D’Auria

alias @_Belcor_

Cronaca di una storia finita.

Non si capacitava di com’era finita quella storia. Era in macchina e mentre si accingeva a partire – con una mano che reggeva, tremante, lo sterzo e l’altra, incerta, tesa sul cruscotto a cercare di girare la chiave per mettere in moto – scrutava con sguardo perso quell’infinito racchiuso oltre il tramonto freddo e opaco di un lunedì di dicembre. Fuori, la strada gli proponeva, quasi a volerlo fare apposta, immagini e figure natalizie, che forse sarebbero riuscite a rendergli meno amari i ricordi. Si chiedeva in cosa lui avesse sbagliato, era alla ricerca di una risposta definitiva, diamine, non poteva essere finita così, maledizione! Aurelio era ritornato con i suoi occhi a quel primo appuntamento, a quel primo incrocio di sguardi veri, lanciati ognuno da dietro i vetri delle proprie auto, giunte puntuali e trepidanti all’incontro, non più solo virtuale. Era scattato in modo più autentico quel fatale colpo di fulmine (già pronosticato con il frequente loro sentirsi telefonico), a lungo presagito e sognato. E poi il bacio, dopo esser scesi dalle auto, quasi a dire: finalmente, eccoci. Proprio così, passando da perfetti sconosciuti, incontratisi nell’ombra di un social, a perfetti innamorati. O forse no.

Eppure, lei ne era rimasta fulminata da quei suoi occhi verdi e profondi, persuasivi, pervasivi e rassicuranti, pieni di carica umana e di convincente fascino. E ne era, poi, rimasta gelosamente avvinta, tenendosi saldamente legata a quella corda tesa, fin dall’inizio con tutto sé stessi, tra le loro attrattive, tra le loro alchimie. Dall’altro capo di quella corda, lui, preso da subito da quelle labbra ammiccanti, carnose e dal quel tratto di voce assai sensuale. Era divenuto tutto, poi, una chimica solida, che aveva preso gusto a correre sui loro corpi nudi, tra il fervore delle loro anime infuocate. Ci si era penetrati., da tanti punti di vista. Avevano vissuto piacevolmente un viaggio ben intrigante, dalla condivisione immediata di piccoli aspetti legati alle loro vite, diverse in troppe cose, al progressivo convincimento dell’insostituibilità del loro nuovo stare insieme. Probabilmente, ciò che li aveva stimolati a cercarsi, a prescindere, era stata la consapevolezza di un’attrazione, più fisica che sentimentale…

Aurelio non poteva non pensare e non ricordare quella risposta che lei gli aveva dato, a letto, il primo giorno: “Certo che ci incontreremo ancora!”. Non riusciva a tenere lo sterzo dell’auto, una smania gli piombò addosso quando, giunto quasi a casa, gli era parso d’intravedere un’ombra, assorta dinanzi una vetrina. Era lei? E se sì, cosa faccio, mi fermo? Scendo? Le corro incontro per..?
Ma no. Era solo un immaginario miraggio. Putroppo (o meno male). Ma non era semplice ripercorrere in flashback, tutti quei maledetti momenti di quella benedetta passione. Cose intrigantemente impensate, colpi di testa, fughe improvvise dalla propria rispettiva giornata per arrivare all’appuntamento fissato, all’ennesimo tête à tête dei loro giovedì, al sospirato e sempre nuovo amplesso che, di volta in volta, accresceva la loro accanita passione. Gli aveva detto e fatto vivere tanto di sé, gli aveva permesso di entrare in tante stanze e cunicoli della propria esistenza.
Aurelio, non riusciva proprio a capire un perché. Ma c’era il perché.

*******

Anche quella notte, Aurelio aveva dormito poco, tramortito dal ricordo di lei, una fugace emozione che gli aveva attraversato molti mesi della vita. E, allo stesso modo, anche lei si era fatta invadere da quella storia, in una vorticosa, travolgente relazione con lui. Avevano fuso le loro vite passionali, proprio in questa che probabilmente era la dimensione che mancava loro. La vivevano lontano dalle loro vite reali – erano infatti entrambi sull’orlo di separazioni coniugali, sebbene ancora vincolati, in modi diversi, alle loro realtà.
Anche se in modo clandestino, precario, avevano continuato a stare insieme. Aurelio, si era portato, però, un recondito e sconcertante interrogativo sin dai primi momenti di unione, una cosa che lei gli aveva sussurrato, a labbra strette, in modo alquanto strano e contraddittorio: “stiamo bene insieme così, ma non innamorarti mai di me…”.

Era come un tarlo, che aveva invaso la sua voglia di lei fin dall’inizio, ma che ora gli stava consumando la testa. Dai, Aurè, lo sapevi che prima o poi sarebbe finita, ecchéccacchio…!, si diceva tra sé e sé. Ma, in fondo, la causa era proprio in quelle strane e, all’improvviso, forse vigliacche parole, dette da lei, così, quasi per timore che la cosa potesse davvero travolgerli, terremotare le loro storie reali. In tutto quel tempo, Aurelio non aveva fatto altro che far finta di non notare come, a poco a poco, si stavano via via formando quelle piccole crepe che increspavano la loro apparentemente infrangibile relazione.
Quella notte, Aurelio continuò a farsi tante domande, la sua mente era il palcoscenico ove tante scene si ripetevano e replicavano, quasi all’infinito. Riuscì, d’improvviso, a far riaffiorare e ricordare dalla sua testa tante piccole parole che le erano scappate (proprio così…), ma che lui aveva fatto finta di non sentire, perché nel suo subconscio non le voleva proprio sentire! Si era scoperto essersi troppo attaccato, innamorato di una donna che non lo desiderava più. E che non aveva avuto il coraggio di dirglielo, chiaramente. Diamine, Aurelio, come hai fatto a non capire? Eppure, cavolo, gliel’ho sempre detto: se non ti va più di stare con me, devi dirmelo! …

Finalmente, si svegliò come da un bel brutto sogno, che però, in quel dialogo con sé stesso, lo riportava sempre a pensare al raccapriccio, allo sconcerto: ma lei era gelosa di me, almeno i primi mesi, era così… Infatti, erano stati mesi di faville, non potevano mai rinunciare al vedersi, almeno una volta la settimana, tempo scarsa un’ora di automobile, erano puntuali agli appuntamenti, tanti posti diversi, tanti altri posti che appartenevano poi alla vita di lei.. Caspita – pensava ancora tra sé e sé – diceva che non ci dovevamo innamorare e mi portava anche a casa sua.. !
Ma dai, Aurelio, possibile che poi non ti sia accorto stesse per finire tutto, come una lenta eutanasia..? I sintomi erano visibili solo soffermandosi un po’ di più sul suo modo di interagire sul social network, lei da sempre era stata lì, molto aperta, socievole (fin troppo), disinvolta…
Probabilmente, proprio la consapevolezza di questa loro strana attrazione, più fisica che sentimentale, era stato il vulnus, in germe, di quello che poi si sarebbe scoperto essere la concausa della fine. Era stata solo una forte, intensa, tremendamente eccitante attrazione fisica. Solo sesso. Punto. Non poteva reggere più a lungo, le rispettive esigenze di vita richiedevano altro, oltre.
L’impossibile.
Era mancato loro il coraggio, la passione? O qualcos’altro… ?

*******

Epilogo.
Ore 6,50, circa. Aurelio era davanti allo specchio mentre s’insaponava il viso, il pennello quasi gli scivolava di mano, imitando metaforicamente ciò che gli era successo. Proprio così, una storia a metà, scivolata dalle sue mani, tra la possibile follia e la raccapricciante quanto inesorabile sua eutanasìa. Ne era giunto alla quadratura, finalmente se ne stava convincendo, mentre il rasoio correva spedito sulla sua pelle, rivelandogli allo specchio un uomo diverso, pulito, libero come il suo viso liscio e fresco.
Sì, era arrivato alla fine del percorso di addio a quella storia. Che avrebbe dimenticato col tempo. Ma doveva accettare di doverlo fare.
Nei suoi occhi, arrossati ancora per la notte insonne, stava rivedendo e rileggendo gli attimi della fine. Della fine di quella stupenda e nel contempo maledetta, strana storia. Gli appuntamenti mancati, volutamente rimandati da parte sua, sempre a causa di un pretesto, le ultime telefonate, con la voce di lei languida e sfuggente, gli ultimi sms, quelli ricevuti senza più puntini sospensivi, i buongiorno scritti così, senza faccine né nome, né nomignolo; le sue parole, poi, nutrite di sconsiderata ingenuità nel provare a crederle ancora, a cercare di illudersi che era stato solo un brutto sogno quella fine. “Credi ciò che vuoi ma io sono fatta così. I sentimenti possono cambiare. E poi, ho i miei problemi che mi assalgono, non ti ci mettere anche tu. Lasciami stare!”, gli aveva risposto lei, seccata, dopo una serie di messaggi senza voce. Pensava, poi, alle foto di lei, che ad un certo punto la ritraevano quasi esclusivamente in un viso stanco, senza trucco, preparate ed inviate probabilmente per rivelargli una donna che da lui non doveva più essere desiderata…
Nella mente di Aurelio, gli era sovvenuto l’ultimo messaggino con cui, rassegnato, si era deciso a risponderle. “Anche se dal tenore dei miei precedenti messaggi, ho utilizzato parole lodevoli ma al limite del ridicolo, ecco, per l’appunto, non vorrei che tu avessi capito che io non abbia capito il vero motivo per il quale hai deciso di mollarmi”.

Aveva ricordato, ancora, le parole di un suo amico: “se devi dimenticare una persona alla quale sei stato legato e ciò ovviamente non ti viene facile, prova a ricordare le cose che ti sei accorto ti abbia nascosto…”. In questo consiglio, che aveva ben recepito, Aurelio aveva trovato il quid in più per provare a dimenticare tutto, aveva dovuto come tirare via un pelo incarnito dalla sua esistenza: all’inizio, aveva avvertito dolore dovendo tirare la pinzetta della decisione, ma poi gli era passato.
Quelle parole lapidarie con cui lei aveva (forse) da tempo calcolato il commiato, balbettavano ancora le ultime eco nella sua testa. Ma erano brutta musica, ormai volata via, lontano. Aurelio, finalmente, aveva capito: non possono cambiare i sentimenti, se sono veri, piuttosto le passioni, quelle sì. O almeno, è più difficile possano cambiare dall’oggi al domani, i sentimenti. Lì, di sentimento ce n’era stato molto poco. Era mancata la base, il fuoco di un amore reciproco, di quelli veri. Evidentemente, la fine era stata scritta nell’inizio. Gli era stato portato il conto, ormai atteso. Era finito tutto perché il tutto non era mai iniziato.
Solo attrazione, pelle, appeal erotico non fanno una storia. Non possono costruirla se manca l’impeto, il vigore viscerale dell’amore. Dell’amore reciproco.
I ricordi di lei dovevano ormai, solo volare via, come foglie nel vento, lontano.
Uscì di fretta, quella mattina, il sole era come un faro acceso per tracciargli una nuova strada. Si avviò verso l’auto, sentendosi chiamare da una voce di donna.
Era una nuova voce, attesa per un nuovo slancio di vita.
The end.

Beniamino D’Auria

Comunicare. Per comprendere e farsi comprendere.

 

noncapirsi

-Ma io volevo dirti che…

-Non cercare di chiarire e negare, tu hai scritto così!

-In realtà, intendevo dire che…

-Basta con queste giustificazioni, mi hai deluso!

Quante conversazioni, nel mondo web, finiscono più o meno così. Ci si apre, affascinati, al nuovo modo di comunicare, convinti che, finalmente, sia arrivata l’occasione anche per sé di “entrare in contatto con”, “chattare”, “messaggiare”. Utilizzando non più solo la voce, come un tempo attraverso il telefono, ma addirittura la scrittura virtuale, quella fatta di parole sì, ma anche di cose simpatiche come le “emoticons”. Anche a spregio di grammatica e sintassi, machissenefrega.

Bisogna riconoscerlo, però. Se lo sai fare così – comunicare cioè scrivendo, in pubblico o in privato, senza farti fraintendere e provocare (o essere provocato) in reazioni tipo quelle dette in apertura – significa che hai le palle.

Oggi, su un social, devi essere bravo. Anche a dire. A farti capire unisex, interracial, multilingue. Devi cercare “una dimensione”, come si dice, lo stile cioè di proporti agli altri per come sei, non piuttosto per come vuoi apparire (o, peggio, per come credi gli altri vogliano tu sia). Ci sarebbe da declinare molto, in tema di motivi per cui si sta su un social. Ma il discorso è molto variegato, ci sono studi sociologici assai accurati sulla cosa, che possiamo solo apprendere dagli addetti ai lavori, molto più competenti di chi, come noi, sta qui prevalentemente per divertimento o passatempo.

Quello che voglio sottolineare, è che in un certo senso, stare sul social, comunicare, è una sfida anzitutto per sé stessi. Starci per riuscire in primis  a com-prendere sé stessi, attraverso il modo di parlarsi nelle cose che si scrivono per gli altri. E, conseguentemente, a prendere chi ti legge, a farlo entrare in ciò che scrivi, coinvolgerlo emotivamente, renderlo partecipe del momento che vivi nella realtà e di cui la frase, il tweet, altro non è che un desiderio, forse recòndito, di esternarti al mondo, di sottolineare anche la tua esistenza, un senso che dai alla tua vita di relazione. In ciò, ti deve piacere ascoltarti.

Spiace vedere, talvolta (ma comunque, ciascuno è libero di starci come vuole), come ci si lasci “prendere” da altro nello scrivere e nel leggere sul social. Dalla frase a effetto, dalla foto eccentrica (nel migliore dei casi), osé per i più audaci, dal proclama trasgressivo e, a un tempo, rivoluzionario, spietato, irriverente che possa “prendere”, appunto, quanti più “seguaci”, “followers” possibili. Senza piuttosto lasciarsi comprendere. Ci si mette in gioco, cioè, per comunicarsi in una veste non propria, ostentata, che dice poco o nulla di sé stessi.

Dopo qualche tempo, così, forse si potranno smussare gli angoli:

-Sai, poi ho capito quello che mi scrivesti…

-Davvero? E da cosa?

-Ho letto meglio ciò che hai scritto dopo, il contesto…

-Meno male, dai, il tempo vince…

Direi, il modo diverso, poi – anche nel tempo – di comunicare, per farsi com-prendere.

Beniamino D’Auria

Alias @_Belcor_

Attrazione.

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Ti aspetti possa colpirti chi hai sempre sognato.

Ma ti accorgi che non dipende da ciò. Ti passa dinanzi, basta uno sguardo, l’odore che lascia nell’aria che respiri per un attimo insieme a lei/lui. E le prime parole, già.

Quelle che misurano, che ti misurano, che ti fanno costatare quale possa essere la lunghezza d’onda dei sentimenti, che magari sono già scattati tra voi, l’empatia, in primo luogo.

E’ questa che vi prende, se vorrete. Se è solida, te ne accorgi, a pelle. Molte volte ti piomba addosso, all’improvviso. E non è una roba da poco. Può capitarti, te che già hai un legame stabile, matrimoniale o no. Se ti prende, ci prendi gusto, come un pasticcino che ti attende lì, e ti chiama ad assaporarlo. E che tu già sai ti piacerà. Lo senti già prima di aver scelto di morderne il sapore.

Può capitarti tutto questo anche facendoti un giro su un social. Così, banalmente. Lì ti prende dapprima l’uso di certe parole, la loro vista, l’interesse che poi ti stimola a conoscere chi c’è dietro quella tastiera a scriverle, le foto che ha messo, il nome curioso, vero o di fantasia, gli argomenti di confronto, le battute e poi le battutine, le faccine… E poi, il dialogo che ne può scaturire, quando vedi snocciolate interazioni che continuano poi, attraverso frasi assertive, ammiccanti, puntini sospensivi e poi…l’incontro, se la follia ti prende a tal punto, da osare, proseguire, spostarti nel tempo e nello spazio, lasciarti andare sull’onda della tua forse mai espressa, ma scoperta carica di emozione..

Di tutto ciò, la colpa è tua. Attrazione.

Beniamino D’Auria

alias @_Belcor_

Scrivere.

scrivere

Si scrive per raccontarsi.

Per dire ciò che si è, il proprio pensiero, la propria vita. Perché non tutto ciò che si sente dentro, si riesce a rivelare parlando, usando gesti verbali e linguaggio non verbale. E, fin dalla tua infanzia, se sei stato fortunato, ti sei ritrovato tra le mani un tesoro, appunto l’arte di raccontarti traducendo il tuo sentire in carta e inchiostro (oggi, la tecnologia ti aiuta con il linguaggio virtuale).

Allora, senti che la naturale inclinazione a buttare giù parole, frasi, idee non puoi non praticarla se non scrivendo, rendendola intellegibile a tutti. Perché scrivere è comprendersi, è farsi comprendere.

Scrivere è piacere ascoltarsi, mentre ti leggi. Mentre leggi ciò che, a braccio, ti viene di dire, di proclamare, di confidare a te stesso, prima ancora che al mondo intero. E senti, mentre lo fai, che le parole che ti arrivano e che arriveranno a chi ti legge, altro non sono che l’ennesimo tassello che vale a raccontare, ancor una volta e di più, il mondo al mondo.

Si scrive.

E la prima cosa che mi viene in mente, è il tempo in cui si usava scrivere lettere, lettere d’amore. Come, ad esempio, il primo foglietto accartocciato e gettato sotto il banco della più bella della classe quando, fin dalla prima gioventù, le si voleva lanciare un pensiero carino o addirittura una dichiarazione d’amore, su quel foglietto strappato dal quaderno a quadretti. Senza farsi vedere dagli altri. Quasi per arrivare prima che suonasse la campanella della ricreazione, quando i più audaci tentavano l’approccio con la più bella (che di solito era anche la più brava), tra il divorare un panino e il chiederle pretestuosamente la soluzione di qualche compito di matematica, non saputo eseguire.

Oppure, sudare per scrivere un tema scolastico, quando stranamente non trovavi mai le parole e le proposizioni giuste, anche se avevi tutto il discorso stampato nella mente. E ti capitava di faticare per organizzare bene la struttura del tema, il “cappello”, lo svolgimento e la sua chiusura. E poi, magari, se dovevi scrivere un articoletto per il giornalino di istituto, ti veniva tutto facile, scorrevole, comprensibile, sfizioso.

Scrivere, già. E riscoprire il gusto di farlo anche nell’era digitale. Quando hai sostituito il foglio di protocollo con la tastiera e la gomma con il tasto “backspace”. Oggi è più figo farlo così. E’ uno spasso, per chi ne ha la voglia e la passione.

Scrivere è un’arte povera. Per chi lo fa per diletto. Non guadagni nulla ma sai che stai dando a chi ti vorrà leggere qualcosa di tuo, che può rimanere impresso. E che può anche servire al suo bene, quando nel tuo testo riesci a raccontare la vita. La vita, l’unica vera cosa che conta, nella nostra storia.